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Home Poker

Stu Ungar: la storia di uno dei giocatori di poker più forti di sempre

Dal prodigio del gin rummy al trionfo nel poker: la parabola tragica di un genio irripetibile

Matteo Vasile da Matteo Vasile
17 Gennaio 2026
in Poker
Stu Ungar poker
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Indice dei contenuti nascondi
1. Gli albori di un prodigio: da Lower East Side alle sale da gioco di New York
2. Due anni, due corone: l’ascesa folgorante alle WSOP
3. Il declino e il miracolo del 1997: l’ultimo trionfo prima dell’abisso

Stu Ungar incarnava il paradosso del campione perfetto: imbattibile ai tavoli da gioco, fragile nella vita. Nato l’8 settembre 1952 nel ventre pulsante di Manhattan, in un microcosmo urbano dove bookmaker e giocatori d’azzardo tessevano le trame della loro esistenza ai margini della legalità, “The Kid” incarnava un talento che sfiorava il prodigioso: una memoria eidetica di rara potenza e un’acribia matematica fulminea. Prima ancora di varcare la soglia dei vent’anni, aveva già conquistato lo scettro indiscusso di miglior giocatore di gin rummy del pianeta. Quando passò al poker, i tre trionfi al Main Event delle World Series of Poker (1980, 1981, 1997) lo consacrarono nell’Olimpo del gioco. Eppure, dietro la scorza del campione invincibile si celava un uomo irrimediabilmente fragile, divorato da dipendenze corrosive. La sua dipartita prematura, a soli 45 anni, resta una delle tragedie più laceranti nella cronaca dello sport agonistico.

Gli albori di un prodigio: da Lower East Side alle sale da gioco di New York 

L’origine del mito Stu Ungar affonda le radici in un’infanzia già segnata dall’osmosi con il mondo del gambling. Cresciuto nel Lower East Side, quartiere popolare di Manhattan intriso di quella vitalità caotica tipica delle comunità immigrate, Stu respirò sin dalla più tenera età l’atmosfera delle bische clandestine e dei retrobottega trasformati in arene di scommesse.

Il padre, proprietario di un locale frequentato assiduamente da allibratori e puntatori incalliti, ne intuì precocemente le capacità straordinarie, introducendolo ai segreti del gin rummy quando il ragazzo era ancora in età scolare. Quello che emerse fu un talento sbalorditivo: una capacità mnemonica e un’intuizione probabilistica che facevano di lui un avversario praticamente imbattibile, persino contro giocatori navigati e smaliziati.

A 10 anni appena compiuti, Stu Ungar si misurava già con adulti rodati nelle strategie del gioco, sbaragliandoli con una disinvoltura disarmante. A 14, segnato dalla prematura scomparsa del padre, abbandonò definitivamente i banchi di scuola per votarsi corpo e anima alla sua vocazione ludica, diventando in tempi rapidissimi il massimo esponente mondiale del gin rummy.

Le sue performance erano di tale calibro che nella Grande Mela non si trovava più anima viva disposta a fronteggiarlo: il soprannome “The Kid” cristallizzava tanto la sua precoce affermazione quanto quell’atteggiamento quasi fanciullesco con cui approcciava le partite, come se vincere fosse per lui un atto naturale quanto il respiro.

Quando il gin rummy cessò di rappresentare una sfida all’altezza delle sue ambizioni, Stu Ungar virò decisamente verso il poker. Il trasferimento a Las Vegas, sul finire degli anni Settanta, segnò l’innesto nel circuito professionistico di un approccio rivoluzionario: quello stesso rigore matematico e quella ferocia strategica che lo avevano reso leggendario nel gin vennero traslati sul nuovo terreno di battaglia. E il poker mondiale non era minimamente preparato all’uragano che stava per abbattersi sui suoi tavoli.

Due anni, due corone: l’ascesa folgorante alle WSOP

L’anno 1980 segnò l’irruzione dirompente di Stu Ungar nel pantheon del poker. Al suo esordio assoluto alle World Series of Poker, riuscì nell’impresa di conquistare il Main Event, sbaragliando un parterre di professionisti stagionati con una nonchalance che lasciò attoniti gli addetti ai lavori.

Nella finale batté Doyle Brunson, leggenda vivente del poker texano, in un heads-up che ancora oggi viene ricordato per l’audacia delle giocate di Ungar.

Il suo approccio era rivoluzionario: aggressività spietata unita a una disciplina matematica che rendeva ogni sua mossa pressoché inattaccabile. Ungar non si limitava a osservare gli avversari, ma ricordava ogni singola carta uscita durante la partita. Questa memoria fotografica gli permetteva di calcolare con precisione millimetrica le probabilità e prendere decisioni quasi sempre vincenti.

L’anno successivo replicò l’exploit in un crescendo di maestria tecnica, divenendo così il più giovane giocatore della storia a imporsi per due volte consecutive nel torneo più ambìto e prestigioso del circuito mondiale.

Il declino e il miracolo del 1997: l’ultimo trionfo prima dell’abisso 

Per sedici lunghi anni, tuttavia, Ungar rimase distante dal successo, impegnato in una battaglia ben più lacerante contro i demoni che lo assediavano: una dipendenza devastante dalla cocaina e una compulsione patologica verso le scommesse sportive che lo ridussero sull’orlo del baratro, tanto economico quanto fisico.

Ma nel 1997, in quello che molti cronisti non esitano a definire uno dei comeback più epici e commoventi nella storia agonistica tout court, Stu tornò a cingere la corona del Main Event WSOP, diventando l’unico giocatore – insieme al leggendario Johnny Chan – ad aver conquistato per tre volte il braccialetto più ambìto. Fu un’ultima, folgorante manifestazione di genio cristallino, un canto del cigno che commosse persino i rivali più agguerriti.

Quell’ultimo trionfo, tuttavia, non bastò a sottrarlo all’abisso. La spirale autodistruttiva alimentata dalle dipendenze lo consumò con implacabile rapidità. Il 22 novembre 1998, Stu Ungar venne rinvenuto esanime in una camera d’albergo a Las Vegas, solo e indigente. Aveva appena quarantacinque anni. L’autopsia certificò un’overdose, ma in molti sostengono che il vero carnefice sia stato proprio quel genio smisurato: troppo torrenziale per essere arginato, troppo dirompente per non consumare chi lo possedeva.

Nel 2001 è stato consacrato alla Poker Hall of Fame, riconoscimento postumo che sigilla la grandezza di un uomo che fu “il miglior giocatore mai calato sul feltro verde”. Al pari di altre leggende come Phil Ivey, Ungar ha contribuito a scrivere pagine indelebili nella storia del poker mondiale. La sua parabola si erge quale monito eloquente: il talento puro non basta se non temperato dalla disciplina. Ma è anche la celebrazione di un virtuoso che ha elevato il poker a forma d’espressione quasi mistica. Stu Ungar non è stato semplicemente un giocatore, ma anche un fenomeno irripetibile, l’incarnazione del genio nella sua manifestazione più pura e tragicamente fragile.

 

Matteo Vasile

Matteo Vasile

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