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Home Curiosità

Edoardo Bove: fermarsi in Italia, ripartire in Inghilterra. Una nuova vita in campo

La nuova vita di Edoardo Bove: il sogno di tornare in campo in Inghilterra diventa realtà

Valentina Ciccarelli da Valentina Ciccarelli
28 Gennaio 2026
in Curiosità
Edoardo Bove
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Indice dei contenuti nascondi
1. Edoardo Bove: dall’incubo alla rinascita
2. Edoardo Bove: perché in Italia non può giocare
3. La scelta di tornare in campo: tutela e autonomia

Edoardo Bove: dall’incubo alla rinascita

Non credo possa esistere persona che non abbia sentito parlare di Edoardo Bove. E non credo che esista persona che non ricordi quelle immagini che ritraevano un giovane a terra e il terrore negli occhi dei compagni di squadra e non.

Fiorentina-Inter, 1 dicembre 2024, 17′ di gioco. Si è fermata la palla, si è fermata la partita, si è fermato lo stadio, si è fermato il respiro. Si è fermato tutto.

Un arresto cardiaco in campo dovuto da una aritmia detta “torsione di punta”, ossia una tachicardia ventricolare.

Immediatamente stabilizzato in campo, Bove è stato trasportato d’urgenza all’ospedale di Careggi. Pian piano le sue condizioni sono migliorate ma, ormai è risaputo, da quel giorno la sua vita è cambiata.

Ed è cambiata perché da quel momento è iniziato un periodo in cui il 22enne ha dovuto fare i conti con una nuova realtà, una nuova vita fatta di alti e bassi, di momenti di sconforto, di angosce. Il percorso di recupero dopo l’istallazione del defibrillatore sottocutaneo ha interessato indubbiamente il corpo, ma altrettanto indubbiamente l’anima di quel ragazzo in prestito alla Fiorentina che ha visto tutti i suoi sogni sgretolarsi in un attimo.

Come ogni momento buio, la luce prima o poi torna. Ed è tornata per Edoardo Bove. Il primo passo è stato capire che esserci ancora è la grande fortuna, il secondo è stato riprendere fiducia e coraggio, rimettere le scarpette ai piedi e tornare giocare. Non in Italia però. L’Italia non lo consente, lo abbiamo già imparato con Eriksen, anche lui vittima di un malore in campo.

Edoardo Bove: perché in Italia non può giocare

Per consentire ad Edoardo Bove una vita regolare, una maggiore tranquillità ed evitare il verificarsi di un altro arresto cardiaco dovuto a fibrillazione come quella già avuta, si è valutato di impiantare un defibrillatore sottocutaneo rimovibile, apparecchio che, in caso di nuovo arresto cardiaco, si attiva per ristabilire la regolarità del battito cardiaco.

Ma perché, allora, non può tornare a giocare in Italia? Semplicemente perché le linee guida nazionali di medicina e cardiologia non lo consentono e perché la legge non lo consente.

Cerchiamo di spiegarci meglio.

Gli atleti con defibrillatore non sono idonei all’attività sportivo-agonistica (secondo le linee guida nazionali di medicina e cardiologia) dal momento che una recidiva, pur in presenza di una tale strumentazione sottocutanea, potrebbe avere effetti potenzialmente letali.

Poi c’è la legge, le norme molto stringenti e, soprattutto, c’è da considerare che, a differenza di altri Paesi, qui la responsabilità ricade sul medico.

In Italia, la certificazione di idoneità allo sport professionistico è regolata dalla legge 23 marzo 1981, n. 91, dai Decreti del Ministro della Sanità del 5 marzo 1982 e del 13 marzo 1995, nonché dalle successive modifiche e integrazioni. La disciplina si applica a tutti i tesserati delle federazioni affiliate al CONI, inclusa la FIGC. I protocolli cardiologici sono predisposti dalla Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI) sulla base delle linee guida del COCIS, e risultano particolarmente stringenti per sport ad alta intensità e di contatto, come il calcio.

Nel sistema italiano, la responsabilità della valutazione dell’idoneità agonistica grava interamente sul medico certificatore che può anche avvalersi del supporto di specialisti, in particolare di cardiologi, per l’esecuzione di accertamenti ulteriori. L’idoneità viene quindi concessa, o negata, sulla base di una valutazione clinica indipendente, non delegabile all’atleta. In soldoni in Italia l’atleta non può assumersi autonomamente il rischio.

Ma il punto, la valutazione del medico, non è sull’apparecchio in sé, quanto sulla patologia sottostante.

Il discorso è semplice: in presenza di cardiopatie gravi con pregressi episodi di aritmia ventricolare e conseguente impianto di defibrillatore automatico, soprattutto in discipline di contatto, viene negata l’idoneità allo sport agonistico. Ed è negato per due ragioni. La prima è il rischio di recidiva aritmica dovuta allo sforzo e la seconda ragione sono le possibili conseguenze derivanti da un danneggiamento del dispositivo a seguito di traumi di gioco.

Indubbiamente una tale impostazione risulta maggiormente restrittiva rispetto a quella adottata da altri ordinamenti e quindi da altri Paesi, ma risponde ad una chiara esigenza: ridurre il rischio di eventi cardiaci fatali.

Ecco perché Edoardo Bove, come Eriksen prima di lui, hanno lasciato la Serie A.

La scelta di tornare in campo: tutela e autonomia

Bove ha scelto di tornare in campo nel campionato inglese con il Watford, squadra che milita in Championship  e la responsabilità è completamente a suo carico. In diversi Paesi europei, infatti, la legislazione consente all’atleta di assumersi direttamente la responsabilità della decisione di proseguire l’attività agonistica sollevando il medico dai profili di responsabilità professionale.

Se sia giusto o meno che un atleta possa decidere autonomamente è una domanda che va oltre ogni competenza. Di fatto, però, la scelta di Edoardo Bove si inserisce in quello spazio grigio ai confini col diritto individuale di scegliere per sé stessi e il dovere di tutela della salute che l’Italia ha scelto di portare avanti.

Il giusto confine tra autonomia di un atleta e tutela della salute è davvero difficilmente individuabile. Cè solo un dato, quasi certo: per quanto il sistema italiano sia stringente, questo sistema predilige la prevenzione. E la vita.

 

 

Valentina Ciccarelli

Valentina Ciccarelli

Formata nel diritto, cresciuta nella scrittura. Da avvocato ho imparato a pesare le parole. Da giornalista, a cercare i fatti. Scrivere di sport è un esercizio quotidiano di equilibrio tra passioni e rigore, tra emozione e verità.

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