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Home Calcio Il codice del calcio

Open VAR: dalla rivoluzione per la trasparenza al problema

Open VAR, dall'apertura totale al rischio sovraesposizione: il paradosso del programma che voleva spiegare il VAR

Valentina Ciccarelli da Valentina Ciccarelli
17 Marzo 2026
in Il codice del calcio, News
Open VAR
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Indice dei contenuti nascondi
1. Open VAR: la trasparenza che rischia di diventare un problema
2. L’obiettivo di Open VAR
3. Un sistema già sotto pressione
4. Le critiche: tra arbitri e club

Open VAR: la trasparenza che rischia di diventare un problema

Il tema arbitrale vive una fase abbastanza complessa. Da qualche tempo è tornato con forza al centro del dibattito calcistico italiano. Errori, polemiche, tensioni tra club e direttori di gara stanno alimentando un clima di sfiducia crescente, mentre sullo sfondo prende forma una riforma destinata a cambiare in profondità l’intero sistema. Qualche novità si attende, infatti, al termine della riunione in programma per il 23 marzo.

E in un simile contesto, già delicato, anche uno degli strumenti simbolo della nuova trasparenza, ossia Open VAR è finito dritto sotto i riflettori. Risultato? Quella che doveva essere una soluzione, rischia ora di trasformarsi in un ulteriore elemento di criticità.

Come sempre procediamo per gradi. Open VAR era stato presentato, nel 2023, come il simbolo di una nuova era. Sembrava destinato ad essere una svolta culturale prima ancora che televisiva.

L’obiettivo di Open VAR

Open VAR, format di DAZN realizzato in collaborazione con la FIGC e l’AIA, era nato, nel 2023, con un obiettivo chiaro che potrebbe dirsi anche, a tratti, rivoluzionario: portare trasparenza nel mondo arbitrale, mostrando al pubblico ciò che fino a quel momento era rimasto confinato nella sala VAR. Audio, dialoghi, spiegazioni. Insomma il processo decisionale degli arbitri diventava, per la prima volta, accessibile ai non addetti ai lavori, alla “gente comune” che le partite si limita a guardarle. E a perdere la pazienza per decisioni che vorrebbe contestare.

Open VAR quindi non è mai stato solo un programma televisivo. È stato, piuttosto, uno strumento di comunicazione istituzionale.

Attraverso l’analisi degli episodi più controversi del weekend, con il supporto degli audio tra arbitro e VAR, il format si proponeva di ridurre le polemiche e aumentare la comprensione delle decisioni arbitrali. E l’Italia, in questo senso, si era posizionata come apripista in Europa. Nessuno così avanti prima di lei.

Ci sono dei modelli, ma differenti. Basti pensare alla Grecia dove, ad esempio, vengono pubblicate spiegazioni scritte degli errori arbitrali in un progetto guidato dall’ex arbitro Paolo Valeri. In Spagna, invece, vengono resi pubblici gli audio tra arbitro e VAR. Ma nessuno aveva scelto la strada italiana: portare tutto in televisione, ogni settimana, trasformando la spiegazione arbitrale in un appuntamento fisso.

Ma si sa. Può succedere che ciò che può sembrare rivoluzionario, si trasformi in flop. Così, a distanza di meno di tre anni, quella stessa apertura è finita sotto esame. E non è escluso che possa già essere messa da parte.

La ragione? Come succede spesso non si erano fatti i conti con gli “effetti collaterali”. La trasparenza si è trasformata in sovraesposizione. Gli arbitri si sono sentiti sovraesposti e sotto pressione. Giudicati. Sono diventati, di fatto, l’unica categoria del calcio chiamata ad analizzare pubblicamente i propri errori a distanza di pochi giorni dalle partite. Una dinamica che non ha equivalenti: nessun allenatore, lamentano i fischietti, commenta in tv gli errori dei propri giocatori, nessun dirigente espone sistematicamente le fragilità della propria squadra. In questo modo la critica non accenna mai a placarsi, non si esaurisce nel post partita ma si prolunga, si amplifica, si ripete.

Ogni episodio resta aperto per giorni, alimentando un dibattito continuo. E gli arbitri si sentono continuamente alla gogna.

Un sistema già sotto pressione

Il punto, però, non è soltanto Open VAR. Il vero nodo è il contesto in cui si inserisce. Si, perché il mondo arbitrale italiano sta già attraversando una fase delicata, segnata non solo dall’ovvio ricambio generazionale, ma soprattutto da un crescente clima di tensione. Allo stesso tempo, la riforma voluta dal presidente federale Gabriele Gravina punta a ridisegnare l’intero sistema, introducendo una struttura più professionale e indipendente. Un cambiamento profondo, che mette in discussione equilibri storici e ruoli consolidati.

In questo scenario, aggiungere un’esposizione mediatica costante rischia di produrre l’effetto opposto rispetto a quello desiderato: non rafforzare la categoria, ma renderla più fragile.

Le critiche: tra arbitri e club

Le perplessità arrivano da più parti. Da una parte c’è l’ambiente arbitrale in cui si fa strada una convinzione sempre più diffusa: esporsi così tanto non aiuta. Anzi, può generare insicurezza e aumentare la pressione su una classe già in fase di trasformazione.

Dall’altra parte ci sono alcuni club di Serie A che sul format hanno espresso le proprie perplessità e veri e propri dubbi sull’utilità del format. Ma attenzione. La critica dei club non arriva perché contrari alla trasparenza, ma perché convinti che non abbia prodotto i risultati sperati.

Addirittura in alcuni casi l’effetto è stato opposto: le spiegazioni arrivate a distanza di giorni hanno finito per smentire pubblicamente proteste e narrazioni costruite nel post-partita, alimentando ulteriori tensioni invece di ridurle.

Ed è proprio qui che emerge il vero paradosso. Open VAR nasce per chiarire, ma finisce per prolungare il dubbio. Nasce per ridurre le polemiche e invece contribuisce ad allungarle.

La decisione finale spetterà alla FIGC in accordo con l’AIA (Associazione Italiana Arbitri). Come ogni anno, sarà fatta una valutazione complessiva a fine stagione. Ma nel frattempo una sensazione si fa largo: nel tentativo di rendere l’arbitraggio più trasparente, lo si è reso solo e semplicemente più esposto.

E forse, data la polemica che la categoria solleva, anche più vulnerabile.

 

 

Valentina Ciccarelli

Valentina Ciccarelli

Formata nel diritto, cresciuta nella scrittura. Da avvocato ho imparato a pesare le parole. Da giornalista, a cercare i fatti. Scrivere di sport è un esercizio quotidiano di equilibrio tra passioni e rigore, tra emozione e verità.

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