Le dimissioni di Gabriele Gravina da presidente della FIGC segnano la fine di una stagione politico-sportiva ormai logora, ma non bastano da sole a chiudere il conto con il declino che il calcio italiano ha sperimentato nella storia recente. La sconfitta con la Bosnia Erzegovina al play-off mondiale ha solo accelerato un epilogo che, in realtà, era già scritto da tempo: il sistema non reggeva più, e il suo vertice non poteva restare in piedi dopo l’ennesimo fallimento.
Gravina ha provato fino all’ultimo a difendere la propria posizione, scaricando parte delle responsabilità sulla politica e invocando un confronto improponibile con altri modelli sportivi. Ma il punto resta un altro: il calcio italiano non ha bisogno di alibi, ha bisogno di risposte. E soprattutto ha bisogno di una guida capace di interrompere una lunga catena di rinvii, promesse mancate e riforme annunciate ciclicamente ma mai realizzate.
In tanti dalla parte di Gravina
Dopo le dimissioni di Gravina in tanti si sono a dire il vero schierati dalla sua parte: il presidente UEFA Ceferin, il numero uno del Coni, il presidente dell’Assoallenatori Ulivieri, che ha anche perlato per conto dei Calciatori, e tanti altri eminenti personaggi.
La vera questione, però, non riguarda soltanto il nome del nuovo presidente federale che sarà eletto il prossimo 22 giugno. Il nodo riguarda la credibilità di un’intera classe dirigente, incapace per anni di imprimere una svolta vera. Ogni crisi ha prodotto le stesse parole: riforme imminenti, tavoli tecnici, riflessioni condivise, progetti di rilancio. Ma alla prova dei fatti, il calcio italiano è rimasto fermo, impantanato nelle proprie consuetudini.
Le dimissioni di Buffon (cui seguiranno quelle del ct Gattuso), arrivate in parallelo, certificano che non si tratta soltanto di un avvicendamento ai vertici, ma di una frattura più profonda. La Nazionale italiana deve ripartire da zero, con l’urgenza di ricostruire un’identità tecnica e identitaria prima ancora che un progetto sportivo. E questo rende ancora più evidente il ritardo accumulato negli ultimi anni.
Malagò candidato numero uno alla FIGC
Il nome del successore di Gravina (il più gettonato è l’ex presidente del Coni, Giovanni Malagò, 67 anni) conta, ma conta di più il perimetro dentro cui quel nome dovrà muoversi. Se il nuovo corso sarà soltanto un cambio di facce, il calcio italiano avrà perso un’altra occasione. Se, invece, saprà mettere mano a strutture, formazione, settori giovanili, programmazione e ruoli tecnici, allora le dimissioni di Gravina potranno diventare il primo passo di una rifondazione autentica.
Il calcio italiano non ha bisogno di un semplice traghettatore. Ha bisogno di una discontinuità netta, visibile, credibile, nella programmazione e nei fatti. Perché il problema non è solo uscire dalla terza esclusione consecutiva dai Mondiali, bensì evitare che la prossima crisi trovi di nuovo lo stesso sistema impreparato.




