Era il 5 maggio del 2000 e a Firenze, si spegneva all’età di 85 anni Gino Bartali, uno dei più grandi ciclisti italiani di sempre. La sua vita è stata un intreccio di talento sportivo, coraggio personale e valori morali che hanno fatto di lui non solo un campione, ma anche un simbolo dell’Italia che cercava di rialzarsi dopo i drammi della Seconda Guerra Mondiale. Nato nel 1914 a Ponte a Ema, alle porte di Firenze, Bartali si avvicinò giovanissimo al ciclismo. A tredici anni usava la bicicletta per andare a scuola, mentre nei pomeriggi aiutava in un’officina meccanica del paese. A diciassette anni debuttava nella categoria allievi con la Società Sportiva Aquila, mettendo subito in mostra il suo talento con tre vittorie su otto gare disputate. Nel 1935, a soli ventun anni, partecipò alla sua prima competizione tra i professionisti: la Milano-Sanremo arrivando quarto. Nello stesso anno prese parte per la prima volta al Giro d’Italia, concludendolo in 7ª posizione. L’anno successivo fu ingaggiato dalla squadra Legnano, dove gli fu affidato il ruolo di capitano in seconda: le vittorie cominciarono ad accumularsi. Nel 1936 arrivò un momento dolorosissimo: il fratello Giulio, anche lui ciclista promettente, persa tragicamente la vita durante una gara, investito da un’auto contromano. Bartali non era il tipo da arrendersi e nel 1937 disputò un Giro d’Italia straordinario. Nel 1938 arrivò la consacrazione internazionale con la vittoria del Tour de France. Un trionfo storico, ma accolto con freddezza dal regime fascista: Bartali aveva infatti rifiutato di indossare la camicia nera, gesto che portò a un vero e proprio oscuramento mediatico del suo successo. Negli anni successivi, fino al 1940, continuò a dominare le grandi competizioni, ma lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo costrinse a fermare la carriera agonistica. Solo nel 1945, alla fine del conflitto, Bartali tornò alle corse, dando vita a un’epica rivalità con un altro fuoriclasse del ciclismo: Fausto Coppi. Il suo capolavoro arrivò nel 1948, quando conquistò per la seconda volta il Tour de France, a dieci anni dal primo trionfo. Una vittoria che andò ben oltre lo sport: in un’Italia scossa dall’attentato a Palmiro Togliatti, il successo di Bartali fu visto come un segnale di speranza e unità nazionale. Dopo gli ultimi anni di carriera, conclusi con una vittoria il 28 ottobre 1954, Bartali annunciò ufficialmente il ritiro dalle corse il 9 febbraio 1956. Continuò a vivere nel mondo del ciclismo come allenatore e opinionista, ricevendo nel 1977 il Premio Italia come “maggior campione ciclista vivente”. Ma di Gino Bartali non si ricorda solo l’atleta; è stato un uomo di profonda umanità tanto da essere stato riconosciuto, nel 2013 dallo Yad Vashem, “Giusto tra le Nazioni” per aver aiutato durante gli anni della guerra decine di ebrei a salvarsi trasportando documenti falsi nascosti nella canna della bicicletta. Ed è anche per questo che a venticinque anni dalla sua scomparsa, il ricordo di Gino Bartali resta vivo non solo nel mondo del ciclismo, ma nella coscienza collettiva di un Paese che ha trovato in lui un esempio di coraggio, lealtà e determinazione.




