Il pareggio a reti bianche tra Milan e Juventus a San Siro non resterà certo negli annali del calcio per lo spettacolo offerto. È stata la partita della prudenza, un “vorrei ma non posso” dettato più dalla paura di perdere che dalla reale ambizione di affondare il colpo, come ha confermato anche al termine della gara il tecnico bianconero Luciano Spalletti. In un campionato che entra nella sua fase cruciale, il verdetto del campo ci restituisce due squadre speculari nella loro fragilità fisica e tattica, ma con prospettive diverse.
Una Juventus a corto di qualità
La Juventus vista a San Siro è apparsa come una squadra che ha esaurito il “bonus” accumulato nelle settimane precedenti. Se da un lato la solidità difensiva rimane un punto fermo, dall’altro emerge una preoccupante sterilità offensiva per via delle condizioni precarie di alcuni uomini chiave. L’assenza di guizzi e la dipendenza quasi totale dalle fiammate di Francisco Conceição evidenziano un limite strutturale di questo momento: la mancanza di giocatori in grado di inventare superiorità numerica partendo da zero.
Le condizioni dei singoli pesano come macigni sulla proposta di gioco della Juventus. Kenan Yildiz, subentrato a gara in corso, apparso quasi incapace di reggersi in piedi nel finale, e un Thuram visibilmente condizionato dai problemi fisici, sono il segnale di una rosa arrivata al limite. In questo contesto, il ritorno di Dušan Vlahović diventa l’unica vera ancora di salvezza per blindare una qualificazione in Champions League che, con la pressione di Como e Roma alle spalle, non è ancora scontata. Il prossimo impegno contro il Verona non ammetterà passi falsi: il tempo della gestione è finito.
Inchiesta arbitri: fantasmi del passato
Ma il calcio giocato, in queste ore, rischia di finire in secondo piano. Come un déjà-vu che il calcio italiano non vorrebbe mai rivivere, la nuova inchiesta della Procura di Milano riguardante il settore arbitrale scuote le fondamenta del sistema. Al centro del dibattito ci sono le presunte intercettazioni su designazioni “combinate” (questo il termine usato dai pm meneghini), un tema che riporta inevitabilmente la mente ai giorni più bui di Calciopoli, quando a pagare più di tutti fu la Juventus e anche per partite in cui gli arbitri della cosiddetta “cupola” avevano sfavorito i bianconeri (vedasi la Supercoppa con l’Inter, per esempio).
Le dichiarazioni delle ultime ore di Giuseppe Marotta, che rivendica la trasparenza dell’Inter, sembrano essere una scusa non richiesta. La questione centrale è: al di là degli errori in campo, ciò che preoccupa è l’eventuale esistenza di un sistema di pressione sulle designazioni, che nessuno però ha ancora chiarito da dove provenisse.
Fare chiarezza
Il calcio italiano si trova dunque davanti a un bivio con lo spettro del commissariamento della Figc. Se sul campo Milan e Juventus sembrano aver scelto la via del pragmatismo e del risparmio energetico per difendere la propria posizione, fuori dal campo si sta giocando una partita molto più insidiosa. La speranza è che le conversazioni private non diventino, ancora una volta, l’unico strumento di giudizio mediatico prima ancora che processuale, ma è innegabile che la tensione stia salendo. Tra infortuni, cali di forma e inchieste imminenti, la sensazione è che il finale di questa stagione si giocherà tanto nell’area di rigore quanto nelle procure e nelle redazioni giornalistiche.




