La storia recente della Juventus non assomiglia più a quella di un club che punta all’eccellenza attraverso una programmazione lucida, ma piuttosto a un “cane che si morde la coda”. Quella che un tempo era una macchina perfetta (ci riferiamo ai nove scudetti consecutivi), dove ogni ingranaggio rispondeva a una gerarchia chiara e condivisa, si è trasformata in un labirinto di ruoli liquidi, invasioni di campo e crisi di identità cicliche.
Il problema di fondo, emerso con brutale chiarezza negli ultimi anni, è la totale assenza di una guida forte dall’alto capace di imporre i valori del club e di definire i campi di competenza. La Juventus, tragicamente, è diventata ostaggio: ostaggio dei giocatori che scelgono gli allenatori, degli allenatori che epurano i dirigenti, e di un’area sportiva che sembra cambiare volto a una velocità incompatibile con qualsiasi progetto tecnico.
Juventus: Spalletti risucchiato nel vortice
Prendiamo l’attuale situazione: un allenatore, Luciano Spalletti, che nonostante sia quasi unanimemente riconosciuto come la miglior guida tecnica possibile, si trova in un corto circuito con l’amministratore delegato. Non è una questione di moduli o di mercato, ma di autorità. Quando un allenatore non riconosce la figura del proprio dirigente di riferimento (Damien Comolli), la nave ha già smarrito la rotta. Il paradosso è che la proprietà, in questo caso John Elkann, si trova a dover gestire le macerie di una struttura che ha lei stessa contribuito a frammentare, cambiando direttori sportivi e guide tecniche con una cadenza insostenibile (ogni 6-7 mesi), impedendo così che si potesse costruire un percorso solido e coerente.
C’è chi invoca il ritorno di Antonio Conte, vedendolo come l’unico in grado di “appendere i giocatori al muro”, di imporre disciplina e di rimettere ordine in uno spogliatoio dove, forse, si era iniziato a pensare più alla cena di fine stagione che agli obiettivi sportivi. Conte ha indubbiamente quell’incidenza carismatica che manca in questo momento storico. Tuttavia, affidarsi ciclicamente al “ritorno del condottiero” rischia di essere un palliativo, una scorciatoia che non risolve il deficit strutturale del club.
Struttura e ruoli ben definiti: si parte da qui
La Juventus deve tornare a essere una squadra nel senso più vero del termine, ovvero un’organizzazione dove esistono confini invalicabili. Se Spalletti deve restare – e il senso della continuità lo suggerisce – lo deve fare con una società che lo protegga, ma che gli ricordi la gerarchia dei ruoli. Inutile parlare di mercato o di ambizioni future se, alla prima sconfitta della prossima stagione, l’allenatore sarà lasciato solo come parafulmine di una società ancora in cerca di identità.
Il 26 maggio, data simbolica per una resa dei conti in casa bianconera, non dovrà essere solo il momento dei saluti. Dovrà essere l’istante in cui la Juventus decide cosa vuole essere: una sommatoria di individualità forti in costante conflitto tra loro, o un’istituzione in cui il valore dell’azienda prevale sulle ambizioni del singolo. Senza il rispetto rigoroso dei ruoli e dei valori che portano con sé questi colori, nessuna ricostruzione – per quanto dispendiosa – potrà mai portare la Juventus a tornare davvero grande.




