Quando OpenVAR venne presentato, l’idea apparve rivoluzionaria. Per la prima volta il mondo arbitrale italiano apriva una finestra sul proprio lavoro, facendo ascoltare gli audio tra arbitri e sala VAR e spiegando al pubblico le decisioni più controverse. Un passo avanti importante, almeno nelle intenzioni. Perché nel calcio moderno la trasparenza non è un favore concesso ai tifosi, ma un dovere nei confronti di chi investe tempo, passione e denaro in questo sport.
A distanza di pochi anni, però, il bilancio è inevitabilmente deludente. E il fatto che la trasmissione sia oggi destinata alla chiusura, finendo indirettamente coinvolta anche nelle conseguenze dell’inchiesta della Procura di Milano sul sistema arbitrale, rappresenta la fotografia di un progetto che non è mai riuscito a mantenere le promesse iniziali.
OpenVAR: un progetto nato monco
Il problema non è mai stato mostrare qualche dialogo tra arbitro e VAR. Il problema è stato decidere, intanto, quali mostrare e quali no. E dalle carte dell’inchiesta di Milano emergono anche pressioni in questo senso. OpenVAR avrebbe dovuto eliminare i dubbi, invece spesso li ha alimentati. Ogni episodio escluso dalla trasmissione finiva inevitabilmente per generare sospetti, mentre quelli analizzati (e le contestuali spiegazioni) sembravano, in molti casi, funzionali a giustificare decisioni già prese piuttosto che a sottoporle a un’autentica analisi critica. Lo strumento nato per aumentare la credibilità della classe arbitrale ha finito, paradossalmente, per metterla ancora più in discussione.
La disparità di trattamento è stata evidente anche sul piano tecnico. Alcuni errori venivano spiegati in un certo senso, altri identici in maniera opposta. Alcune società vedevano analizzati episodi a loro favore o sfavore, mentre altre restavano a volte fuori dal dibattito. Una discrezionalità, identica a quella che si vede sui terreni di gioco, che ha fatto perdere al format quella credibilità che dovrebbe essere il suo presupposto fondamentale.
La trasparenza non può essere selettiva. O è totale oppure smette di essere trasparenza e diventa comunicazione. E la comunicazione, quando serve soprattutto a gestire il consenso, rischia di trasformarsi in propaganda.
Le conseguenze dell’inchiesta di Milano
L’inchiesta della Procura di Milano, pur avviandosi verso l’archiviazione per alcuni dei principali indagati, ha comunque lasciato un segno profondo nell’immagine dell’intero sistema arbitrale. Anche OpenVAR è finito in questo calderone, tanto che l’AIA, con il nuovo designatore Orsato, starebbe valutandone la cancellazione o una profonda revisione.
L’ultima parola spetterà alla Federazione Italiana Giuoco Calcio, ma ovviamente chiudere la trasmissione non risolverebbe il problema. Anzi, rischierebbe di essere interpretato come un passo indietro. La soluzione non è meno trasparenza, bensì molta di più. Se davvero si vuole ricostruire il rapporto di fiducia tra arbitri, società e tifosi, occorre avere il coraggio di pubblicare integralmente tutti gli audio VAR delle situazioni controverse, senza filtri e senza giustificazioni costruite a posteriori.
OpenVAR avrebbe potuto rappresentare una svolta culturale nel calcio italiano. È rimasto invece un esperimento incompiuto. E quando la trasparenza diventa parziale, finisce inevitabilmente per ottenere l’effetto opposto: invece di dissipare i dubbi di addetti ai lavori e tifosi, li rafforza.




