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Home Calcio Il codice del calcio

Riforma del calcio italiano: cosa prevede il DDL Marcheschi tra giovani, diritti TV e FIGC

Riforma del calcio: analisi della bozza del DDL che punta a intervenire su conti, vivai, infrastrutture e ruolo della FIGC

Valentina Ciccarelli da Valentina Ciccarelli
10 Giugno 2026
in Il codice del calcio, News
Riforma del calcio
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Indice dei contenuti nascondi
1. DDL riforma del calcio italiano: tutte le novità su FIGC, diritti TV, vivai e scommesse
2. Il paradosso dei giovani azzurri
3. La sostenibilità come nuovo criterio di merito
4. Le entrate
5. Incentivi ai giovani e nuovo lavoro sportivo
6. Il ritorno del vincolo sportivo
7. Perché non si possono imporre quote di italiani
8. Procuratori, costi e sostenibilità
9. Stadi, infrastrutture ed Euro 2032
10. La riforma dei campionati sullo sfondo
11. La questione politica: la FIGC è riformabile?
12. Il commissariamento straordinario della FIGC
13. Una proposta destinata a far discutere

DDL riforma del calcio italiano: tutte le novità su FIGC, diritti TV, vivai e scommesse

La mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali è stata la scintilla. Ma la riforma del calcio italiano nasce da radici più “antiche” di quella che rischia di essere ricordata come una delle pagine più amare della storia recente del calcio azzurro.

È proprio da questa convinzione che prende forma la bozza di Disegno di Legge presentata dal senatore Paolo Marcheschi, Capogruppo della 7° Commissione Cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica, ricerca scientifica, spettacolo e sport del Senato.

Un testo che si propone di intervenire sulle fragilità strutturali del sistema calcio italiano, affrontando contemporaneamente sostenibilità economica, valorizzazione dei giovani, distribuzione delle risorse, lavoro sportivo, infrastrutture e governance federale.

La relazione illustrativa che accompagna il provvedimento è particolarmente dettagliata e rappresenta, di fatto, un vero e proprio atto d’accusa contro il modello di sviluppo che ha caratterizzato il calcio italiano negli ultimi anni. Secondo Marcheschi, il fallimento della Nazionale non sarebbe un episodio isolato, ma il sintomo più evidente di una crisi ampia che coinvolge club, vivai, conti economici e capacità decisionale delle istituzioni calcistiche.

Il quadro che emerge è severo. Il calcio professionistico italiano perde oltre 730 milioni di euro all’anno, accumula un indebitamento complessivo di circa 5,5 miliardi e continua a registrare difficoltà economiche diffuse. Dal 1986 a oggi, ricorda la relazione, ben 194 società non sono state ammesse ai campionati professionistici per problemi finanziari, mentre negli ultimi tredici anni sono stati assegnati 519 punti di penalizzazione.

Ma il problema non è soltanto economico.

La Serie A viene descritta come uno dei principali campionati europei meno orientati alla valorizzazione del talento nazionale. Nella stagione 2025-2026 i calciatori stranieri hanno occupato il 67,9% del minutaggio complessivo, mentre i giovani Under 21 selezionabili per la Nazionale si sono fermati ad appena l’1,9% dei minuti giocati. Un dato che colloca il massimo campionato italiano al quarantanovesimo posto su cinquanta tornei analizzati a livello internazionale.

Il paradosso dei giovani azzurri

Uno degli aspetti più interessanti della relazione riguarda il confronto tra i risultati delle Nazionali giovanili e l’effettivo utilizzo dei giovani nel calcio professionistico.

Negli ultimi anni il movimento azzurro ha conquistato il Campionato Europeo Under 19 del 2023, ha raggiunto la finale del Mondiale Under 20 e si è aggiudicato il trofeo Maurice Burlaz dell’UEFA, assegnato alla federazione con i migliori risultati a livello giovanile.

Eppure, secondo la lettura proposta dal legislatore, quei talenti non riescono a completare il percorso verso il calcio professionistico di alto livello con la stessa rapidità dei loro coetanei spagnoli, francesi o inglesi. La conclusione è netta: il problema non riguarda la produzione del talento, ma la sua valorizzazione.

La relazione individua anche un progressivo impoverimento tecnico del campionato. Vengono richiamati dati relativi alla riduzione degli sprint, alla minore velocità di circolazione del pallone rispetto alle principali competizioni europee e al calo dei dribbling riusciti. Indicatori che, secondo il promotore, evidenziano una perdita di intensità e qualità tecnica.

La sostenibilità come nuovo criterio di merito

Uno dei pilastri della riforma riguarda la revisione dei criteri di distribuzione dei diritti audiovisivi.

La proposta introduce i cosiddetti Parametri di Valorizzazione e Sostenibilità, destinando almeno il 15% delle risorse a criteri che tengano conto degli investimenti nei vivai, della sostenibilità economica, dell’utilizzo di calciatori formati in Italia e della qualità delle infrastrutture.

L’elemento innovativo sta soprattutto nel cambio di prospettiva. La logica tradizionale della distribuzione delle risorse è stata storicamente legata ai risultati sportivi e alla capacità di generare audience. Il DDL prova invece a premiare anche comportamenti considerati virtuosi per l’intero sistema.

A questa quota si aggiungerebbe un ulteriore 5% riservato alle società capaci di chiudere tre esercizi consecutivi in equilibrio o in utile. 

La novità più importante della bozza potrebbe non essere la ricerca di nuove entrate, ma il tentativo di modificare gli incentivi economici del sistema. Per la prima volta una parte significativa delle risorse verrebbe collegata alla capacità di investire sui giovani e mantenere conti sostenibili. Se approvata, sarebbe una modifica culturale prima ancora che finanziaria.

Le entrate

Un altro capitolo centrale riguarda le entrate.

La proposta riprende una richiesta avanzata da tempo dal mondo del calcio e sostenuta negli anni anche dalla FIGC: il riconoscimento di una quota delle risorse generate dalle scommesse sportive legate al calcio.

Dal 2027 verrebbe introdotto un contributo pari al 2% delle giocate sul calcio, con un gettito stimato in circa 224 milioni di euro annui. La metà delle risorse sarebbe destinata ai settori giovanili, mentre la parte restante finanzierebbe iniziative di contrasto alla ludopatia, progetti sociali e sviluppo del calcio femminile.

La misura richiama il principio che per decenni ha caratterizzato il Totocalcio, ovvero il ritorno al sistema sportivo di una parte della ricchezza generata dal fenomeno calcistico.

La relazione torna inoltre su un tema che continua a dividere politica e sport: il divieto di pubblicità per gli operatori delle scommesse introdotto dal Decreto Dignità nel 2018. Secondo i promotori del DDL, quella misura non avrebbe prodotto gli effetti sperati nella lotta al gioco patologico e avrebbe invece sottratto risorse economiche alle società sportive.

Incentivi ai giovani e nuovo lavoro sportivo

Probabilmente la valorizzazione dei giovani rappresenta il cuore dell’intera riforma.

Dal 2027 i calciatori tra i 18 e i 23 anni formati in Italia potrebbero beneficiare di una riduzione del 30% dei contributi previdenziali per i primi cinque anni di attività professionistica. Allo stesso tempo le società sarebbero chiamate a stipulare polizze assicurative private obbligatorie per la copertura di infortuni e invalidità degli atleti, sostituendo il precedente assetto assicurativo.

L’obiettivo è duplice: ridurre il costo del lavoro per i club e incentivare l’impiego di giocatori cresciuti nel sistema nazionale. La riforma interviene anche sul campionato Primavera. Le società di Serie A e Serie B dovrebbero inserire nelle distinte almeno dieci calciatori formati in Italia per tre anni consecutivi nella fascia compresa tra i 15 e i 21 anni.

Il ritorno del vincolo sportivo

Tra i temi destinati a suscitare il dibattito più acceso c’è la revisione del vincolo sportivo. La proposta prevede una durata massima di due anni, con possibilità di rinnovo fino al ventesimo anno di età dell’atleta. Contestualmente verrebbe rivisto il sistema dei premi di formazione tecnica, che scatterebbero già a partire dai dieci anni e sarebbero riconosciuti anche in caso di tesseramenti annuali.

Secondo la relazione, l’abolizione del vincolo sportivo prevista dalla riforma del lavoro sportivo avrebbe ridotto gli incentivi economici per le società che investono nella crescita dei giovani.

Su questo punto emerge uno dei principali nodi giuridici della riforma. Da un lato c’è la necessità di tutelare gli investimenti effettuati da società dilettantistiche e vivai. Dall’altro resta aperto il tema della libertà contrattuale degli atleti e della compatibilità delle nuove regole con l’evoluzione del diritto sportivo europeo.

Perché non si possono imporre quote di italiani

Un passaggio particolarmente interessante della relazione riguarda la questione delle quote nazionali.

Il documento riconosce apertamente che non sarebbe possibile imporre un numero minimo di calciatori italiani da schierare in campo. La giurisprudenza europea sulla libera circolazione dei lavoratori impedisce infatti misure discriminatorie basate sulla nazionalità.

È per questo motivo che la proposta sceglie la strada degli incentivi economici e dei premi di valorizzazione piuttosto che quella degli obblighi regolamentari.

Procuratori, costi e sostenibilità

Il DDL interviene anche su una delle voci di spesa più controverse del calcio moderno.

La relazione ricorda che nel 2025 le commissioni agli agenti hanno raggiunto la cifra record di circa 300 milioni di euro.

Per contenere i costi del sistema viene proposta l’introduzione di un tetto massimo alle percentuali riconoscibili ai procuratori sportivi. Una misura che potrebbe avere effetti significativi sul mercato, ma che inevitabilmente incontrerà la resistenza di una categoria sempre più centrale nelle dinamiche del calcio professionistico.

Stadi, infrastrutture ed Euro 2032

Un altro fronte riguarda il ritardo infrastrutturale. Secondo la relazione, l’Italia non figura tra le nazioni europee che hanno maggiormente investito nella costruzione o nell’ammodernamento degli stadi negli ultimi anni. Un divario che rischia di pesare anche in vista dell’Europeo del 2032.

Ed ecco che quindi la proposta rilancia il tema degli investimenti sugli impianti come elemento strategico per la competitività del calcio italiano.

La riforma dei campionati sullo sfondo

Pur non intervenendo direttamente sul formato delle competizioni, il documento torna su un tema che accompagna il dibattito calcistico da anni: la riduzione del numero delle squadre professionistiche.

La relazione richiama esplicitamente le ipotesi di una Serie A e di una Serie B a diciotto squadre, oltre alla necessità di ridurre l’area professionistica. Secondo i promotori, una struttura più snella favorirebbe sostenibilità economica e qualità tecnica.

La questione politica: la FIGC è riformabile?

La parte più delicata dell’intero impianto riguarda però la governance.

Molte delle misure contenute nella bozza riprendono richieste che la FIGC ha avanzato negli ultimi anni: il diritto alla scommessa, gli incentivi ai vivai, il sostegno alle infrastrutture e nuovi criteri di distribuzione delle risorse.

Allo stesso tempo, però, la relazione sostiene che l’attuale struttura federale non sia riuscita a realizzare le riforme considerate necessarie. Il documento attribuisce questa difficoltà alla frammentazione degli interessi presenti nel sistema e ai meccanismi decisionali che regolano i rapporti tra FIGC e Leghe professionistiche.

Da qui nasce la proposta più controversa.

Il commissariamento straordinario della FIGC

La bozza prevede infatti la possibilità di un commissariamento straordinario finalizzato ad attuare le riforme considerate indispensabili.

Secondo i promotori, il sistema sarebbe bloccato da anni su temi come la riforma dei campionati, il rafforzamento dei controlli economici e la revisione della governance. Per questo motivo si renderebbe necessario uno strumento eccezionale capace di superare gli attuali vincoli.

È probabilmente qui che si giocherà la partita più importante. Più ancora delle scommesse, del vincolo sportivo o dei diritti televisivi, il commissariamento tocca il rapporto tra politica e autonomia sportiva. Il rischio di uno scontro istituzionale appare inevitabile e potrebbe trasformare questa proposta nel punto più divisivo dell’intera riforma.

Una proposta destinata a far discutere

La bozza Marcheschi rappresenta uno dei tentativi più articolati degli ultimi anni di intervenire sulle criticità strutturali del calcio italiano. Alcune delle problematiche evidenziate — dalla fragilità economica alla difficoltà di valorizzare i giovani, passando per il ritardo infrastrutturale — sono ampiamente riconosciute dagli operatori del settore.

Più complesso sarà capire se le soluzioni individuate riusciranno a trovare consenso all’interno di un sistema tradizionalmente refrattario ai cambiamenti. Una cosa, però, emerge con chiarezza dalla lettura della relazione: per i promotori della riforma la mancata qualificazione ai Mondiali del 2026 non è la causa della crisi del calcio italiano. È semplicemente il momento in cui quella crisi è diventata impossibile da ignorare.

Valentina Ciccarelli

Valentina Ciccarelli

Formata nel diritto, cresciuta nella scrittura. Da avvocato ho imparato a pesare le parole. Da giornalista, a cercare i fatti. Scrivere di sport è un esercizio quotidiano di equilibrio tra passioni e rigore, tra emozione e verità.

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