La Nazionale italiana non ha ancora un commissario tecnico, ma è già nel pieno di una tempesta istituzionale. Quella che sembrava una formalità – la nomina di Andrea Pirlo alla guida degli Azzurri – si è trasformata nel giro di poche ore in un clamoroso dietrofront, con conseguenze che potrebbero andare ben oltre la semplice scelta del ct.
Pirlo era stato individuato da Paolo Maldini e Leonardo (dopo aver sondato comunque Guardiola e Ancelotti) come l’uomo ideale per inaugurare il nuovo corso della Nazionale e puntare alla qualificazione ai prossimi Europei. Un progetto tecnico costruito attorno a una figura prestigiosa, campione del mondo nel 2006 e già protagonista su panchine come quelle di Juventus, Sampdoria e United FC.
Sembrava tutto definito, salvo poi arenarsi davanti alle polemiche scoppiate per la sua collaborazione commerciale con Fonbet, società russa di scommesse di cui è ambasciatore. Una vicenda che ha rapidamente travalicato i confini sportivi, trasformandosi in un caso politico e mediatico.
Nazionale italiana: una scelta “indifesa”
Il messaggio lanciato dalla Federazione appare però contraddittorio. Se da una parte si ritiene incompatibile il rapporto di Pirlo con uno sponsor russo, dall’altra emergono indiscrezioni secondo cui verrebbero sollevati dubbi anche sulla posizione di Paolo Maldini per il fatto che il figlio Christian abbia intrapreso la carriera di procuratore sportivo. Un ragionamento che rischia di aprire un precedente difficile da sostenere. Essere padre di un agente non significa automaticamente trovarsi in una situazione di conflitto d’interessi, soprattutto se esistono regole chiare e strumenti per garantire trasparenza.
Lo stesso discorso potrebbe coinvolgere anche Leonardo, altro artefice del progetto tecnico e oggi consigliere della Federazione. Il rischio è che la vicenda Pirlo finisca per travolgere l’intera struttura dirigenziale appena costruita, lasciando il presidente Giovanni Malagò senza i due uomini ai quali aveva affidato il rilancio del calcio italiano. Diverse ricostruzioni parlano infatti di un forte malumore da parte di Maldini, che potrebbe decidere di fare un passo indietro qualora la sua autonomia venisse messa in discussione (mi ricorda vagamente quando Baggio fu costretto a dimettersi dalla federazione poiché sostanzialmente mai coinvolto davvero da chi muove i fili).
Arrivano Chiellini e Conte?
Si parla già di Giorgio Chiellini nuovo dt della nazionale, pronto a lasciare la Juventus portando con sé Antonio Conte come ct. Al di là delle singole posizioni, ciò che colpisce è la totale assenza di una linea coerente. Prima una scelta condivisa, poi il freno improvviso, quindi le verifiche, le pressioni esterne e il rischio di un effetto domino che coinvolge dirigenti appena nominati. L’immagine che ne esce è quella di una Federazione – appena insediatasi dopo i disastri dell’ultimo corso Gravina – incapace di blindare le proprie decisioni e troppo esposta alle polemiche del momento.
L’Italia arriva da anni complicati, tre Mondiali consecutivi mancati e la necessità di ricostruire credibilità prima ancora dei risultati. Invece di trasmettere stabilità e progettualità, il nuovo corso è partito nel peggiore dei modi, con una guerra interna che rischia di consumarsi prima ancora dell’insediamento del nuovo commissario tecnico.
Il problema, ormai, non è più soltanto capire chi guiderà la nazionale italiana di calcio. La domanda è un’altra: chi sta davvero guidando la Federazione oggi? Perché se una decisione viene presa e poi ribaltata nel giro di pochi giorni, significa che il problema non è il nome del ct, ma la capacità di chi governa il calcio italiano di assumersi la responsabilità delle proprie scelte dopo essere stato insignito del potere da parte delle varie componenti. “È un calcio malato”, direbbe Carcarlo Pravettoni, e non sembra esserci verso di rianimarlo.
Visualizza questo post su Instagram




